I costi della sicurezza nelle gare di appalto di lavori (sintesi)

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Tutti sull’ottovolante! 

Come si sa, la primavera è la stagione d’elezione dei parchi tematici: anche noi avvocati amministrativisti abbiamo avuto la nostra dose di adrenalina nei mesi appena passati.

Aprile 2015: un ente locale mi chiede un parere sull’obbligo di indicare i costi aziendali della sicurezza in un appalto di lavori (artt. 86, comma 3 bis e 87, comma 4, del D.Lgs. 12 aprile 2006 n. 163), poiché solo una delle 13 partecipanti, non aggiudicataria, lo aveva adempiuto, e minacciava ora ricorso.

Solo alcuni giorni prima, l’Adunanza Plenaria del Consiglio di Stato (sentenza n° 3 del 20 marzo 2015) aveva affermato che l’obbligo risponde a finalità di tutela della sicurezza dei lavoratori e, quindi, a valori sociali e di rilievo costituzionale, e dunque che esso trova applicazione anche nel settore dei lavori pubblici e non solo in quello dei servizi.

In contrasto con buona parte della giurisprudenza precedente delle sezioni semplici, quindi, la pronuncia n° 3/2015 ha ritenuto che l’interpretazione sistematica delle norme in materia impone di escludere dalla gara di appalto di lavori l’impresa che non indica i costi della sicurezza nell’offerta.

Dodici giorni dopo il deposito della sentenza della plenaria, la III sezione del Consiglio di Stato (sentenza n° 1723 del 1 aprile 2015) afferma che la mancata indicazione dei costi della sicurezza interna “non giustifica l’automatica esclusione delle … imprese dalla procedura”.

Trascorrono altri nove giorni, e la VI sezione (sentenza n° 1798 del 9 aprile 2015) interpreta la sentenza n° 3/2015, affermando che essa non impone di considerare la mancata indicazione degli oneri della sicurezza nell’offerta come causa di esclusione dalla gara di appalto di lavori.

Il povero avvocato fornisce dunque un celere -ma motivato- parere al povero dirigente del settore appalti dell’ente locale, che doveva con urgenza concludere il procedimento di aggiudicazione dei lavori, rischiando altrimenti di perdere il finanziamento ottenuto. E -con l’unica consapevolezza di dover difendere in giudizio la propria posizione- consiglia l’esclusione di tutte le imprese che non avevano indicato gli oneri di sicurezza aziendali, con conseguente revoca della prima aggiudicazione e nuova aggiudicazione all’unica superstite.

Il dirigente esclude, revoca, ri-aggiudica. Ovviamente l’aggiudicataria esclusa ricorre al TAR.

Nel corso del processo si completa il giro delle sezioni giurisdizionali del Consiglio di Stato, con un ulteriore intervento della IV sezione, che con l’ordinanza n° 2707 del 3 giugno 2015 interpella nuovamente l’Adunanza Plenaria, per chiedere se la sentenza n° 3/2015 si applica alle procedure concluse prima della sua adozione.

Il TAR rigetta il ricorso, aderendo alla pronuncia n° 3/2015 dell’Adunanza Plenaria. Tutto è bene quel che finisce bene: ma si può dire sia davvero finito?

[Il presente intervento è un estratto dell’articolo completo, in corso di pubblicazione su questo blog]