Cui prodest?

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L’Avvocatura sarda e l’astensione ad oltranza: allontanare i cittadini dalla giustizia non è degno di uno Stato di diritto.

Dai primi di febbraio gli avvocati dei fori della Sardegna hanno proclamato l’astensione ad oltranza da tutte le udienze civili, penali, amministrative e tributarie.

La scintilla che ha fatto scattare l’agitazione è stata il famigerato disegno di legge approvato dal Consiglio dei Ministri il 17.12.2013, che – tra l’altro – prevede l’introduzione della motivazione delle sentenze “a pagamento” e la responsabilità solidale dell’avvocato con il cliente nel caso di condanna per lite temeraria.

Si tratta di misure aberranti, incompatibili con uno Stato di diritto e offensive della dignità della professione forense. Si pensi solamente all’effetto della cristallizzazione della giurisprudenza e a quello della personalizzazione delle liti, stante la mancanza di serenità dell’avvocato.

Il malessere dell’Avvocatura Sarda trova, tuttavia, ragioni più profonde, amplificate dalla crisi economica che sta distruggendo tutti i settori produttivi e soprattutto le piccole e micro imprese, che costituiscono la stragrande maggioranza degli operatori economici isolani.

In questa situazione, infatti, incide in maniera abnorme la questione dei costi della giustizia che – di fatto – impedisce, in particolare ai piccoli imprenditori, la tutela dei propri diritti ed interessi e quindi, in pratica, il recuperare di occasioni di lavoro e di ricavi altrimenti perse.

Esempio:

  • Si pensi all’impresa che partecipa ad una gara d’appalto del valore (sostanzialmente modesto, tenuto conto del risicato utile d’impresa) di poco superiore al milione di Euro a base d’asta. L’impresa viene esclusa dalla gara ed è costretta ad impugnare davanti al TAR il relativo provvedimento. Questo ricorso verrà a costare 6.000 Euro solo per contributo unificato. Nella normalità dei casi, la stessa impresa dovrà ricorrere contro l’aggiudicazione, con un ulteriore esborso di 6.000 Euro. Salvo dover aggiungere motivi avverso altri atti successivamente conosciuti (altri 6.000 Euro).
  • A questo punto, nell’ipotesi di soccombenza (che – oltre alle spese di lite – potrebbe costare anche il pagamento di un ulteriore importo a titolo di sanzione pari al contributo unificato), si apre la strada dell’appello. In questa sede, tuttavia, l’ammontare del contributo è aumentato del 50% ed arriva, quindi, a 9.000 Euro. Nel caso di vittoria in grado d’appello, l’imprenditore avrà dovuto anticipare, solo per tasse e sanzioni, fino a 27.000 Euro, oltre agli acconti versati all’avvocato ed alle ulteriori spese (notifiche, viaggi, soccombenza in primo grado, ecc.).
  • Ma anche nell’ipotesi in cui l’operatore economico si trovi nella veste di controinteressato per avere avuto aggiudicata la gara, la prospettiva non cambia. Ai fini di una miglior tutela, infatti, è quasi sempre necessario proporre ricorso incidentale in primo grado ed appello incidentale nel secondo grado del giudizio. Tali attività scontano il pagamento del contributo unificato nella stessa misura prevista per il ricorrente. 

La situazione sopra descritta crea gravissimi effetti, in quanto gli ostacoli che si frappongono all’accesso alla giustizia alimentano il malcostume degli amministratori e dei funzionari pubblici, che ritengono di poter godere di una sorta di impunità, confidando – appunto – negli effetti dissuasori dei costi necessari.

A questo punto, attraversiamo lo stretto di Bonifacio (o le Alpi, per chi sta nella Penisola) e guardiamo alla Francia. L’esperienza è di segno opposto: per non allontanare i cittadini dalla giustizia, si è – infatti – provveduto ad abrogare il “timbre fiscal pour la justice”, recentemente introdotto, analogo al nostro contributo unificato, seppure notevolmente diverso quanto ad importi (da un minimo di 35 Euro per il primo grado ad un massimo di 150 Euro per l’appello).

Con l’abolizione di tale tassa il governo francese ha dichiaratamente voluto “ristabilire il legame tra chi chiede giustizia e l’istituzione giudiziaria, onde favorire una giustizia ‘di prossimità’ accessibile al più grande numero di cittadini, nell’insieme complessivo del sistema giurisdizionale”.

Per la Repubblica francese, quindi, non è degno di uno Stato di diritto allontanare i cittadini dalla giustizia. (Per approfondire: http://www.lexitalia.it/articoli/volpe_contributo.htm)

Ma, il nostro, è ancora uno Stato di diritto?

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Tasselli mancanti

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Bell’articolo di Federico Guerrini su La Stampa (http://bit.ly/1dYvDC2) dedicato agli Stati generali delle Startup, tenutisi ieri all’auditorium della Regione Lombardia.

Confindustria crea Adott Up, pensato per promuovere l’incontro tra startup ad alto potenziale di crescita e le imprese. Secondo Alberto Baban, presidente della Piccola Industria di Confindustria, il programma consentirà alle start-up di “sperimentare la propria idea in un contesto solido e collaudato come quello d’azienda, trovare spazi o usufruire di servizi esistenti, condividere reti e canali commerciali anche internazionali, poter contare su conoscenze e competenze manageriali, nonché su eventuali supporti finanziari. Per le PMI invece può rappresentare un’opportunità per accelerare l’innovazione, investire in R&D per vie esterne, migliorare prodotti e processi produttivi o diversificare l’attività”.

Giusto concentrarsi sui problemi tipici d’impresa: managerialità, supporto finanziario, R&D… L’impresa – rodata o startup che sia, deve preoccuparsi di vendere.

Ma non dovrebbe preoccuparsi di “come” vendere? Quanti contratti “scaricati da internet” abbiamo visto usare, nella nostra vita professionale? Troppi. E purtroppo solo dopo che il danno era fatto.

C’è da sperare che la “nuova consapevolezza” emersa al convegno di ieri includa l’esigenza dell’imprenditore di dotarsi di strumenti funzionanti ed efficaci, anche sul fronte del supporto professionale.


Tra precarietà e innovazione

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Autoimpiego, start up e imprenditorialità 

Questa settimana la stampa ha trattato frequentemente l’argomento della crisi e dell’ambiente sociale, economico e giuridico in cui si sviluppa (vedi articoli del Sole 24 Ore su Pmi e burocrazia). Altrettanto caldi sono stati i temi delle start-up e dell’innovazione, su cui è intervenuto anche l’Economist, con un interessante spunto di riflessione nel blog “Schumpeter”.

Joseph Schumpeter, economista austriaco (professore a Harvard dal 1932 al 1950), ha teorizzato la funzione di “distruzione creativa” dell’imprenditore, attribuendogli un ruolo cruciale nei sistemi economico-sociali: quello dell’innovatore. L’imprenditore è l’agente sociale della rottura degli equilibri, l’unico che può realizzare cambiamenti permanenti nel  mercato, attraverso la creazione di nuovi beni o servizi, di nuovi metodi di produzione, di nuovi mercati di sbocco o di approvvigionamento, o addirittura la radicale riorganizzazione di un’industria.

Secondo uno studio pubblicato dai ricercatori Magnus Henrekson e Tino Sanandaji il 24 gennaio 2014, l’imprenditorialità di un sistema economico dovrebbe misurarsi sulla base della capacita della società̀ di esprimere imprenditori “schumpeteriani”.

In questo senso, secondo gli autori, i criteri tradizionali basati sulla misurazione “quantitativa” del numero di microimprese e del tasso di autoimpiego e di start-up, non funzionano perché l’autoimpiego e l’imprenditorialità sono fenomeni distinti e inversamente proporzionali, che rispondono a forze e motivazioni diverse.

L’autoimpiego costituisce una reazione alla precarietà, agli ostacoli costituiti dai regimi fiscali e amministrativi, una valvola di sicurezza nell’ambito di sistemi economici disfunzionali e stagnanti. L’imprenditorialità invece rappresenta la risposta a un’ambizione di sviluppo e a una spinta innovatrice, favorita da un contesto economico-giuridico dinamico ed efficiente.

La ricerca di Henrekson e Sanandaji dimostra che le condizioni più favorevoli affinché emergano talenti imprenditoriali sono: un reddito medio pro capite adeguato, un sistema fiscale e regolatorio sostenibile, un tasso di fiducia elevato, un buon contesto istituzionale, l’accesso a livelli di istruzione elevata.

Significativamente, in tali ambienti il numero di microimprese e il tasso di autoimpiego e di start-up è più basso che nei Paesi con forte pressione fiscale, regimi giuridico-istituzionali farraginosi, scarsa fiducia, limitato accesso a livelli di istruzione superiore.

Che cosa significa allora adottare politiche di sviluppo, promuovere l’imprenditorialità? Paradossalmente, da questo punto di vista, le tradizionali modalità di intervento pubblico appaiono poco adatte a favorire sviluppo e innovazione, perché si basano su strumenti di misura inadeguati e su modelli definitori obsoleti, che spesso identificano l’innovazione con l’aggiornamento tecnologico e l’impresa con una specifica formula organizzativa.

La partita dell’innovazione deve essere aperta a tutti i soggetti economici, inclusi i professionisti, a chiunque voglia contribuire, con il proprio apporto di “distruzione creativa”, a un nuovo modello di crescita.


Che cos’è l’AVCpass?

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Istruzioni per l’uso del nuovo sistema di verifica dei requisiti di partecipazione alle gare pubbliche

Il 26 febbraio 2014 è stata approvata la legge di conversione del decreto-legge Milleproroghe (D.L. n. 150/13).

Tra gli altri, è stato prorogato al 1 luglio 2014 il termine per dotarsi del cosiddetto AVCpass. Fra poco meno di quattro mesi il nuovo sistema di controlli sui requisiti diventerà obbligatorio per le stazioni appaltanti.

Ma che cos’è l’AVCpass e quali sono gli adempimenti a carico delle imprese e a carico delle stazioni appaltanti?

Il silenzio in proposito è stato assordante: soprattutto se si pensa che l’AVCpass è obbligatorio dal 1 gennaio 2014 e che se non fosse stato approvato il rinvio nel Milleproroghe molte delle procedure di gara pubblicate nel primi due mesi del 2014 sarebbero state a rischio di impugnazione e annullamento.

Mi limiterò a qualche pillola.

Che cos’è AVCpass?

AVCpass è un nuovo sistema di verifica dei requisiti di partecipazione alle gare pubbliche (art. 6- bis, comma 1, del Codice Appalti): le stazioni appaltanti sono obbligate ad acquisire la documentazione comprovante i requisiti dichiarati in gara esclusivamente attraverso l’utilizzo di una interfaccia web. I dati così acquisiti andranno a costituire la c.d. Banca Dati Nazionale dei Contratti Pubblici – BDNCP, istituita presso l’Autorità per la Vigilanza sui Contratti Pubblici (AVCP).

Come partecipare a una gara pubblica?

Chiunque intenda partecipare a una gara pubblica, a partire dal 1 luglio 2014, è tenuto a registrarsi, prima del termine di presentazione delle offerte, ai servizi dell’AVCP seguendo i manuali dalla stessa messi a disposizione.

La registrazione comporta la creazione di un fascicolo virtuale dell’operatore economico nel quale lo stesso può spontaneamente archiviare i documenti (es. fatture, attestazioni di buona esecuzione, etc.) di cui ha la disponibilità e che potrebbero essere potenzialmente necessari alla verifica dei requisiti in caso di partecipazione a future gare.

Le imprese non sono obbligate all’aggiornamento continuo del proprio fascicolo, ma devono farlo al momento della richiesta da parte della stazione appaltante della comprova dei requisiti dichiarati in gara.

Che cos’è il “PASSOE”?

A seguito dell’accesso al sistema con le credenziali ricevute dall’AVCP, l’operatore economico deve inserire il Codice Identificativo della Gara (il “CIG”) cui intende partecipare per poter generare il “PASSOE” contenente un apposito codice numerico e a barre.

L’acquisizione del PASSOE comporta la creazione di uno specifico fascicolo di gara, connesso alla procedura cui il PASSOE si riferisce.

Nella busta di offerta contenente la documentazione amministrativa e le dichiarazioni sul possesso dei requisiti, l’operatore deve inserire anche il proprio PASSOE.

Quindi, nel caso sia soggetto alla verifica dei requisiti da parte della stazione appaltante, l’operatore economico dovrà verificare che nel fascicolo virtuale siano presenti tutti i documenti comprovanti i requisiti dichiarati ed eventualmente “caricare” gli ulteriori documenti mancanti o utili (per esempio, i certificati di buona esecuzione di soggetti privati).

La documentazione che è invece in possesso di pubbliche amministrazioni e/o enti certificatori (per esempio i certificati delle camere di commercio, la documentazione antimafia etc.) sarà trasmessa internamente tra amministrazioni e AVCP.

Così come rappresentato dalla normativa e dall’AVCP, il sistema dell’AVCpass appare semplice e snello e probabilmente lo diventerà quando andrà a regime.

Perché vada a regime occorre, tuttavia, un atteggiamento collaborativo da parte delle pubbliche amministrazioni, che ad oggi è mancato: nei primi due mesi di quest’anno, nonostante il sistema fosse obbligatorio, sono state molto poche le procedure di gara nelle quali si è fatto riferimento all’AVCpass.

La collaborazione è essenziale in quanto se l’amministrazione non indica fin da principio  i requisiti di gara nell’AVCpass, le procedure di registrazione per il rilascio del PASSOE non possono perfezionarsi.

Con il termine del 1 luglio alle porte, è opportuno che chi partecipa alle gare pubbliche proceda subito a registrarsi all’AVCP, anche se non ha in calendario scadenze di termini imminenti.

Ciò consentirà di:

  • prendersi il tempo per capire come funziona l’applicazione;
  • valutare quali documenti è opportuno caricare per comprovare i requisiti che non sono in possesso degli Enti Certificanti;
  • organizzare il lavoro in modo da non essere costretti a gestire le procedure con urgenza;
  • evitare difficoltà nel caricamento dei documenti che possano pregiudicare la partecipazione alla gara.

Errori strategici

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Dalle colonne dell’Economist il blogger Prospero punta un dito carico di ironia (“Johnson: strategically speaking” http://econ.st/Mm69E4) sull’inflazione del termine “strategia” nel linguaggio d’impresa e in particolare nelle comunicazioni dei top manager in occasione delle assemblee di bilancio.

Parola praticamente assente fino alla metà degli anni novanta, e poi improvvisamente diventata un “must”: la “strategia”, stando all’autore dell’articolo, è generalmente utilizzata in modo del tutto improprio. Spesso per indicare gli obiettivi o le ambizioni dell’impresa, talvolta per ribattezzare azioni di piccola tattica, quasi sempre per dare un tono a contenuti ovvi o addirittura assenti.

Che cos’è la strategia dunque, fuori dalla retorica? E perché ne parliamo qui, in un blog legale?

La strategia non è il risultato che l’impresa si prefigge, ma il percorso per realizzarlo. Non una sequenza di singoli passi, ma il loro disegno complessivo; un progetto.

Come ogni buona costruzione, una buona strategia d’impresa richiede l’apporto di diverse capacità progettuali. Fra queste rientra a pieno titolo quella legale. Disegnare il percorso dal punto di partenza alla realizzazione dell’obiettivo di un imprenditore richiede consapevolezza di aspetti legali, fiscali, di contesto ambientale, di opportunità, che condizionano il mercato tanto quanto i suoi attori e i loro moventi economici.

Dovrebbe essere ovvio ma non lo è. Il diritto continua a essere additato come un’arena di formalismi e i giuristi come campioni di inutile (e dannoso) astrattismo.

Il vicedirettore de Il Sole 24Ore Fabrizio Forquet scrive ieri in un bell’articolo una lettera aperta al neo segretario del PD, nel giorno delle dimissioni del Premier Letta. “La rivoluzione comincia dallo Stato” (http://bit.ly/1bRVK9z): uno scritto politico, vibrante, lucido che enumera problemi e cause della lunga crisi del Paese. E giustamente indica e critica fra questi la logica dell’iperproduzione normativa.

Né la crisi né i singoli problemi che la aggravano si risolvono scrivendo leggi e decreti.

La “rivoluzione” suggerita è allora quella del rinnovamento dei “vertici dell’amministrazione dello Stato”: più manager e meno giuristi.

Un’affermazione ellittica, che sottrae all’analisi il suo respiro strategico e si presta all’equivoco di una tentazione generalistica: snidare e additare i responsabili di tutto questo. I giuristi, portatori della “cultura dell’adempimento formale”, testimonial del “monopolio volto alla proliferazione delle leggi”, instancabili produttori di “norme che chiedono altre norme”.

Il management ai manager, è ineccepibile.

Ma questo ha poco a che fare con “l’astrattismo del formalismo giuridico che da anni blocca il Paese”. Non sono i top manager delle amministrazioni dello Stato che fanno le regole.

E non sono nemmeno i giuristi.

Le leggi proliferano proprio perché è scadente la cultura giuridica, manca una vera spinta progettuale sostituita dalla logica dell’urgenza e dell’emergenza, perché le norme vengono redatte senza una visione strategica.

Le regole però marcano confini necessari dell’agire economico. Gli investimenti in ricerca e sviluppo hanno bisogno e sono condizionati dalle protezioni brevettuali; il comportamento concorrenziale non sarebbe leale se non fosse presidiato da obblighi che tutti gli operatori devono rispettare, e così via.

I professionisti del diritto sono interpreti necessari delle regole. E sono alleati delle imprese, non avversari saldamente attestati in posizioni di consunto privilegio.

Avere un’idea d’impresa è fondamentale, trovare risorse finanziarie sufficienti per realizzarla è inevitabile, dotarsi di strutture valide e di risorse umane appassionate è indispensabile, raggiungere il mercato con una buona azione di marketing è determinante.

Pensare di fare tutto questo senza un ottimo avvocato è semplicemente sbagliato.


Una questione di consapevolezza

DD

Siamo un network di avvocati, dottori commercialisti ed esperti contabili. Professionisti del mondo delle regole: il mondo nel quale si svolge la vita di tutti. Un groviglio di intralci, secondo alcuni, ma anche una rete di protezione, che ci proponiamo di esplorare insieme a voi.

Per svolgere la nostra attività, abbiamo scelto un’organizzazione innovativa, una forma di coordinamento flessibile, reattiva, efficiente. Ugualmente flessibile, reattiva ed efficiente si propone di essere la nostra discussione sul web: uno spazio in cui ci auguriamo di rispondere ma soprattutto di proporre dubbi, curiosità, interrogativi.

Per professione ci rivolgiamo prevalentemente alle imprese: la capacità di sviluppo e di innovazione del sistema imprenditoriale condiziona lo sviluppo di un Paese, ed è a sua volta condizionata dal sistema normativo. Un circolo vizioso? Dipende dai punti di vista. Noi crediamo che la griglia delle regole possa essere non una gabbia, ma una struttura portante.

La complessità dei sistemi normativi, la loro interrelazione, il coordinamento sovranazionale impongono di abbandonare il cliché del diritto come sovrastruttura. Oggi come ieri, non esiste la possibilità di creare valore aggiunto senza conoscere e tenere conto dei sistemi  di riferimento: oggi più di ieri il diritto – societario, amministrativo, tributario, comunitario – rappresenta il necessario sistema di riferimento di qualsiasi attività produttiva.

Ecco allora perché Juridicum propone un suo blog. Un luogo di scambio di conoscenze e commenti sul mondo delle regole, sulle novità e sui lavori in corso del nostro legislatore, della giurisprudenza, delle istituzioni europee. Un’occasione per condividere un punto di vista sui fatti e i fenomeni della cronaca e della quotidianità.

Una questione di consapevolezza.