ARTE E OLTRAGGIO – QUALE DIRITTO?

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Enrico Rondoni, Vicedirettore del TG5 (uno che di arte se ne intende: sua la mostra fotografica “Luci Cinesi 1981-2011″ alla Triennale di Milano nel 2012 e alle Terme di Diocleziano a Roma nel 2012-13) commenta il recente post di Domenico Dodaro sul “casus” della chiesa-moschea alla Biennale.


Le leggi definiscono dei confini.

Una, a volte incerta, rete divisoria tra ciò che è lecito e ciò che non lo è.

L’uomo ne ha bisogno per darsi delle regole uguali per tutti, altrimenti sarebbe l’anarchia: affascinante utopia che non funziona oltre la letteratura.

Ma le leggi vanno spesso interpretate, adattate al momento storico, alla società in cui viviamo.

Allo stesso tempo l’arte, si dice, non ha confini.

Ma sarà vero? Dov’è il limite della mia libertà espressiva ?

Facile dire: “ fin dove non limita o disturba quella del prossimo”.

Nel caso della performance artistica nella Chiesa cattolica sconsacrata trasformata in Moschea siamo di fronte proprio a questa situazione: a chi ha dato fastidio?, a chi nuoce?, perché vietarla?

È giustificato appellarsi al rischio del disturbo della quiete pubblica per possibili manifestazioni di protesta?

All’offesa di un’altra religione ?

Ma chi offende chi ?

Un passo indietro.

Ci si può offendere, in generale, per un’opera che individualmente riteniamo poco consona all’ambiente che la accoglie o la circonda ? Sì è un mio diritto, come lo è quello di – eventualmente –contestarla pacificamente.

Vietare è altro: è impedire una libertà, quella dell’artista e di chi vorrebbe fruire della sua opera.

Ma ritengo anche che esista la regola –non legge ovviamente– del buon senso.

Dopo quanto accaduto a “Charlie Hebdo” si ragiona sul fatto che alcune vignette su Maometto potevano essere state esagerate o inappropriate. Con una conseguente interpretazione distorta da parte di una minoranza. Ovvio che questo non giustifica in alcun modo la reazione, ma pone il problema del quando “esagerare” possa risultare gratuito e spesso inutile.

Non è un ragionamento per vietare la libertà di espressione. E sia chiaro che questo pensiero vale solo per noi occidentali, perché se bestemmio a Bagdad o a Ramadi a nessuno interessa, mentre a Piazza San Pietro o a Notre Dame potrei essere accusato di vilipendio alla religione…

L’esagerazione, la provocazione, è insita nell’arte, soprattutto in quella contemporanea.

Ma se negli anni ’60-‘70 (per restare ai tempi più recenti) era frutto di un ragionamento ideale o politico, ora il più delle volte sembra essere uno strumento in mano al mercato.

Chi avrebbe parlato dell’episodio della Chiesa-Moschea se il luogo fosse stato una fabbrica abbandonata ? Anche quello sarebbe stato un modo per comunicare una necessità.

Ma, come si dice, non avrebbe fatto notizia.

Per concludere: vietare mai, ragionare sempre. E qui il diritto non può intervenire, forse solo qualche volta prevenire.

Perché è vero che come ha detto qualcuno che “La curiosità ha il merito di mantenere instabili i sensi e allontana la tentazione di indossare lo scafandro del moralismo”, ma è altrettanto vero che la gratuità di un gesto lascia il tempo che trova e si crea uno spazio solo nell’assenza di un vero dibattito sulle regole che tutti dobbiamo rispettare pena l’anarchia che funziona solo nelle forme d’arte a tutti accessibili secondo le proprie sensibilità e interpretazioni.